C’è un nuovo nome tra gli indipendenti di Ginevra, e non ha fretta di urlare: preferisce parlare a bassa voce, con le mani dell’officina. Akhor esordisce con «Le Temps en Équilibre», una collezione che porta in primo piano un’architettura di quadrante sospeso — fissato direttamente al movimento — e un calibro manuale in-house sottile, certificato COSC, pensato come piattaforma per complicazioni future. È un progetto nato dalla visione di Anissa Bader e alimentato dall’esperienza micromeccanica di Clamax, con il contributo di designer e tecnici che lavorano come un ensemble da camera. Acciaio, smalti, pietre, texture soleil o nido d’ape: tutto serve a dare forma a un’idea semplice e radicale insieme — il tempo non si misura soltanto, si interpreta.

Un’apertura che sembra magia (ma è meccanica)

Nell’orologeria meccanica, l’illusione è rara. Qui, invece, è il punto di partenza: il quadrante è percepito come sospeso nello spazio, mentre le lancette ruotano attorno a un asse centrale senza ostacoli apparenti. Non è un esercizio di stile né un trucco: è una struttura brevettata a doppio disco, sviluppata con Clamax dopo due anni e mezzo di prove, aggiustamenti, dialoghi. Il risultato è una lettura aerea, pulita, che restituisce al vuoto la dignità di componente estetico. E, soprattutto, regge agli urti: l’invisibile qui è anche robusto.

Akhor: l’anima e la materia

Il nome viene da lontano. “Akh” nell’antico Egitto indica la forza immortale dell’anima; “or” richiama la nobiltà delle materie e, per assonanza, l’immaginario dell’orologeria. La fondatrice e CEO, Anissa Bader, non ha messo in cantiere un prodotto su commissione: ha inseguito la necessità di un oggetto personale, coerente, meditato. Accanto a lei, l’esperienza di Clamax — azienda ginevrina di micromeccanica nata nel 1988 — che ha reso eseguibile ciò che sulla carta sembrava un ossimoro: levitare, ma con metodo.

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Calibro AK10: disciplina e prospettiva

Il cuore è il movimento AK10, manuale, sviluppato internamente: 31,30 mm di diametro per 3,90 mm di spessore, 117 componenti, 12 rubini. Oscilla a 4 Hz, supera le 60 ore di riserva di carica ed è certificato COSC: una dichiarazione di intenti più che un bollino. Bilanciere a inerzia variabile, stop-secondi, treno d’ingranaggi rifinito a mano: la meccanica è sobria, pensata, rimessa continuamente in ordine come una scrivania che serve per scrivere ancora. E, soprattutto, è una piattaforma: in futuro potrà ospitare fasi di luna, grande data, tourbillon, indicatore giorno/notte. È un primo capitolo che promette altri paragrafi senza cambiare tono di voce.

La cassa coussin e la grammatica dei dettagli

La collezione debutta in acciaio, 39 mm di eleganza coussin che guarda agli anni Sessanta con attenzione contemporanea: zaffiro antiriflesso, fondello trasparente, 30 metri d’impermeabilità. La lunetta può restare lucida o incastonare 120 diamanti taglio brillante (circa 0,30 ct); la fibbia déployante, a scelta, può portarne 76 (circa 0,34 ct). Sul quadrante, due texture — soleil e nido d’ape — in bianco o in nero. Le lancette di ore e minuti sono rodiate con punte luminescenti; la sfera dei piccoli secondi, con contrappeso a forma di logo, avanza discreta come un metronomo in seconda fila. Cinturino in alligatore cucito a mano: il genere di dettaglio che non fa rumore, ma si sente.

Una squadra, tanti registri

Se l’oggetto ha equilibrio, è perché dietro c’è un ensemble ben accordato. Oltre ad Anissa Bader, due figure segnano il disegno e la meccanica: Laurent Davoli, trent’anni di design tra schizzo e industrializzazione, oggi anche docente alla HEAD di Ginevra; Daniel Martinez, orologiaio di formazione, sviluppatore di complicazioni per indipendenti e brand storici. La loro presenza non è un elenco di crediti: è il perché il progetto non deraglia verso l’estetismo o la pura ingegneria. Sta nel mezzo, che è sempre la parte più difficile da tenere.

Riccardo Monfardino, l’artigiano che lima il silenzio

C’è poi un nome che racconta il lato tattile della storia: Riccardo Monfardino. Gioielliere e maestro artigiano, formazione nei metalli preziosi, molte stagioni passate nei laboratori di Franck Muller a Ginevra. Più di 35 anni nel confine sottile tra alta gioielleria e haute horlogerie. Il suo mestiere non ha stacchi di scena: lima, pietre, incastri, superfici. Quando Akhor parla di nobiltà dei materiali, è anche attraverso mani come le sue che l’idea prende consistenza, peso, riflessi.

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Il tempo come interpretazione

«Le Temps en Équilibre» nasce da una convinzione che sembra quasi un aforisma: il tempo non si limita a scorrere, si legge — e per leggerlo serve una pagina chiara. L’architettura sospesa del quadrante non è un capriccio formale, ma un modo per portare l’attenzione su quello che conta: lancette, indici, vuoti. In un’epoca che alterna riedizioni filologiche e futurismi tout court, Akhor sceglie un terzo sentiero: una classicità filtrata, che rinuncia alla nostalgia e evita l’effetto prototipo. È un orologio da portare, non un’idea da vetrina.

Oggi a Ginevra, domani…

Il debutto in pubblico avviene oggi, 3 settembre, ai Geneva Watch Days (mezzogiorno in punto): un palcoscenico che negli ultimi anni ha ridisegnato il calendario delle novità, con un’aria da festival cittadino più che da salone ingessato. È il contesto giusto per un progetto che mette in relazione laboratorio e strada, tecnica e sguardo. Il resto, come spesso accade, lo dirà il polso.

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